Yesterday I was at a party and someone walked up to me and told me I look like I may be a Rose of Versailles enjoyer
❤16💅6🔥2
P(r)ettyposting 💖🎀🍉
Yesterday I was at a party and someone walked up to me and told me I look like I may be a Rose of Versailles enjoyer
He was basically telling me: hey you look like an otaku and a history nerd who enjoys kissing girl and pegging boys
🥰26❤8💅2🔥1
P(r)ettyposting 💖🎀🍉
Photo
This is the society communists want, forcefemmed economics professors
🍓26❤4😈3
Sono una persona non-binary ed ho subito un’esclusione transfobica da un evento FLINTA (dal tedesco: donne, lesbiche, intersex, nonbinary, trans, agender) con unica motivazione fornita: “non inclusione di persone con espressione di genere maschile, indipendentemente dal percorso personale di ciascuno”. Quando l’organizzatrice viene interrogata in altra sede del motivo risponde che, citando testualmente, è per “preservare una certa dinamica relazionale e un equilibrio percepito dalle persone partecipanti".
Escludendo per un attimo il paternalismo del pensare di sapere cosa è meglio per le altre persone presenti garantendo un “equilibrio percepito”, la somma di queste due cose ha un’unica lettura: la delegittimazione totale dell’autodeterminazione, l’invalidazione della propria narrazione, ed il sessismo e transmisoginia del considerare valide ed accettabili solo le identità trans passing e rientranti nei canoni di bellezza del mercato. È inoltre da sottolineare l’invisibilizzazione delle persone transmasc, la cui possibilità di partecipare non è mai stata messa in dubbio nonostante espressione di genere maschile, concessa probabilmente per via del genere assegnato alla nascita ma negando la loro presenza -”no, non ci sono persone transmasc”-.
L’organizzatrice è MedusaChain_knk, organizzatrice tra le altre cose del Nox playparty e del Munch di Verona.
Dopo la mia esclusione ho chiesto quali fossero i parametri di giudizio, ma nonostante diverse ore di chat non ho ricevuto risposta su questo. Altre persone trans venendo a sapere dell’evento hanno chiesto chiarimenti, ma l’unica risposta chiara ottenuta è stata la chiusura dei commenti alla chat, che dimostra se non l’incapacità quantomeno la non volontà di fornire spiegazioni pubbliche.
Alla luce di questo ho pensato che tutto sommato fosse una fortuna che fosse successo a me, perché ho le spalle larghe, una comunità che mi sostiene, e abbastanza contatti da poter far sentire la mia voce anche da silenziata, mentre se fosse successo ad una persona più sola, fragile, o dubbiosa della propria identità probabilmente sarebbe stato un momento difficile e avvilente.
Dimenticavo però il survivorship bias, e che se in questi anni solo una persona è stata esclusa per motivi arbitrari e si è fatta sentire, forse è solo perché le altre persone non hanno avuto modo di far aver eco a quanto successo, perché vedo improbabile che in diversi anni di svolgimento di questo party il mio sia stato l’unico no basato sul nulla.
E qui torniamo al termine FLINTA, nato con un chiaro significato politico queer e transinclusive, ma che col passare del tempo in bocca a persone bianche e cisgender è diventato un modo come un altro per dire “donne cisgender (e persone che loro possono sovradeterminare come tali) e persone che se hanno il pene -giuro non l’avrei detto!-”, che se non fosse transfobico già di per sé per la letterale esclusione di svariate identità, lo sarebbe anche solo per il considerare valido un solo modo di essere persone trans binarie e belle facendo consumismo dei loro corpi e sui loro corpi.
Perché essere FLINTA ormai è solo questione di mercato, e la sigla vende e attira e regala l’idea di uno spazio aperto e inclusivo, ma come ogni persona trans impara presto sbattendoci la faccia così non è. Transfemminismo e FLINTA non sono termini di cui riempirsi la bocca per paventare progresso, sono azioni, azioni che vanno ripetute e sostenute nella quotidianità, o restano solo l’ennesima marchetta gentrificata svuotata di ogni valore.
Noi persone trans, non-binary, intersex ed agender non siamo il vostro strumento per dimostrare progresso e inclusione finché fa comodo. Non siamo pedine da mettere in mostra e accettare finché siamo sessualizzabili e vendibili. Finché questo sarà l'unico modo in cui saprete percepirci, continueremo a urlare forte e apertamente la nostra rabbia.
Escludendo per un attimo il paternalismo del pensare di sapere cosa è meglio per le altre persone presenti garantendo un “equilibrio percepito”, la somma di queste due cose ha un’unica lettura: la delegittimazione totale dell’autodeterminazione, l’invalidazione della propria narrazione, ed il sessismo e transmisoginia del considerare valide ed accettabili solo le identità trans passing e rientranti nei canoni di bellezza del mercato. È inoltre da sottolineare l’invisibilizzazione delle persone transmasc, la cui possibilità di partecipare non è mai stata messa in dubbio nonostante espressione di genere maschile, concessa probabilmente per via del genere assegnato alla nascita ma negando la loro presenza -”no, non ci sono persone transmasc”-.
L’organizzatrice è MedusaChain_knk, organizzatrice tra le altre cose del Nox playparty e del Munch di Verona.
Dopo la mia esclusione ho chiesto quali fossero i parametri di giudizio, ma nonostante diverse ore di chat non ho ricevuto risposta su questo. Altre persone trans venendo a sapere dell’evento hanno chiesto chiarimenti, ma l’unica risposta chiara ottenuta è stata la chiusura dei commenti alla chat, che dimostra se non l’incapacità quantomeno la non volontà di fornire spiegazioni pubbliche.
Alla luce di questo ho pensato che tutto sommato fosse una fortuna che fosse successo a me, perché ho le spalle larghe, una comunità che mi sostiene, e abbastanza contatti da poter far sentire la mia voce anche da silenziata, mentre se fosse successo ad una persona più sola, fragile, o dubbiosa della propria identità probabilmente sarebbe stato un momento difficile e avvilente.
Dimenticavo però il survivorship bias, e che se in questi anni solo una persona è stata esclusa per motivi arbitrari e si è fatta sentire, forse è solo perché le altre persone non hanno avuto modo di far aver eco a quanto successo, perché vedo improbabile che in diversi anni di svolgimento di questo party il mio sia stato l’unico no basato sul nulla.
E qui torniamo al termine FLINTA, nato con un chiaro significato politico queer e transinclusive, ma che col passare del tempo in bocca a persone bianche e cisgender è diventato un modo come un altro per dire “donne cisgender (e persone che loro possono sovradeterminare come tali) e persone che se hanno il pene -giuro non l’avrei detto!-”, che se non fosse transfobico già di per sé per la letterale esclusione di svariate identità, lo sarebbe anche solo per il considerare valido un solo modo di essere persone trans binarie e belle facendo consumismo dei loro corpi e sui loro corpi.
Perché essere FLINTA ormai è solo questione di mercato, e la sigla vende e attira e regala l’idea di uno spazio aperto e inclusivo, ma come ogni persona trans impara presto sbattendoci la faccia così non è. Transfemminismo e FLINTA non sono termini di cui riempirsi la bocca per paventare progresso, sono azioni, azioni che vanno ripetute e sostenute nella quotidianità, o restano solo l’ennesima marchetta gentrificata svuotata di ogni valore.
Noi persone trans, non-binary, intersex ed agender non siamo il vostro strumento per dimostrare progresso e inclusione finché fa comodo. Non siamo pedine da mettere in mostra e accettare finché siamo sessualizzabili e vendibili. Finché questo sarà l'unico modo in cui saprete percepirci, continueremo a urlare forte e apertamente la nostra rabbia.
❤21🎄2