Andrea Zhok
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Antropologia / Filosofia / Politica
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NOTE SUL TEMA “SICUREZZA”

• In questi giorni estivi il tema “sicurezza”, e il suo nesso con l’immigrazione, è stato al centro della discussione pubblica. Possiamo immaginare facilmente le ragioni di questa concentrazione, che al tempo stesso favorisce la polarizzazione su vecchie linee oppositive (Dx-Sx), distrae dai problemi strutturali e aiuta l’imporsi dei Gate-Keeper di Futuro Nazionale.

Ma non basta capire le ragioni strumentali, bisogna anche guardare in faccia lo stato reale delle cose e confrontarsi con la percezione pubblica.

• ALCUNI DATI. Secondo l’Istat e sulla base dei dati del Ministero dell’Interno il quadro della criminalità in Italia si è evoluta in questo senso.
Il numero totale dei delitti in rapporto alla popolazione si attesta su una dimensione eguale a quella degli anni ’90 (40 delitti per 1000 abitanti). La natura dei delitti però è cambiata.
Sono in diminuzione abbastanza costante dagli anni ‘90 omicidi, furti e rapine (anche se queste ultime in aumento negli ultimi 5 anni). Stabili gli scippi.
Sono invece in aumento frodi e truffe informatiche, episodi di criminalità minorile (baby gang), aggressioni in generale e, in misura minore, le violenze sessuali.
La popolazione di origine straniera è sovrarappresentata nella popolazione carceraria (per una popolazione straniera residente del 9,4%, la popolazione carceraria di origine straniera è del 31,5%).
La distribuzione dei crimini è radicalmente diversa tra i grandi centri urbani e i piccoli centri: nei grandi centri urbani la percentuale di eventi criminosi in rapporto alla popolazione è più del triplo rispetto a centri sotto i 10.000 abitanti.

• Questi dati non sono sufficienti per definire un quadro dettagliato ma sono sufficienti a stabilire che, per quanto la situazione della sicurezza in Italia sia lontana da una situazione d’emergenza, tuttavia la diffusa percezione di allarme sociale non è un mero costrutto artificiale. Potremmo dire che le forme di criminalità spicciola e arbitraria, non organizzata (aggressioni gratuite, vandalismi, ecc.), sono in aumento, a fronte di una diminuzione dei grandi delitti (l’omicidio, la rapina in banca).

• Questa tipologia di reati, paradossalmente, sfuggono più facilmente alle sanzioni di legge proprio per la loro natura: per i reati che non prevedono pene superiori ai 5 anni di reclusione non esiste l’obbligo di arresto, e in presenza di carceri già ampiamente sovraffollate (occupazione media al 135%), l’esito più frequente è il rilascio immediato del reo.

• Il nesso tra criminalità e immigrazione è chiaro anche se ne va precisata la natura. Non si tratta di una maggiore “propensione a delinquere degli stranieri” in generale. Si tratta di una maggiore propensione a delinquere tipica di soggetti giovani, sradicati e disagiati, tutte caratteristiche che si concentrano nella popolazione migrante italiana.

• Che fare?

Esiste un livello di intervento fondamentale, che riguarda la forma produttiva del paese: oggi l’Italia attrae intenzionalmente persone poco formate, che forniscano manovalanza di base a buon prezzo, e che si vogliono sacrificabili e ricattabili. Se si vuole affrontare il problema di petto, bisogna modificare il modello produttivo – il che avrebbe incidentalmente ricadute benefiche innanzitutto sui giovani italiani.

Ma se si vuole rimanere sul ristretto piano degli interventi in termini di sicurezza, esistono risposte che si dovrebbero dare – per quanto non risolutive.
Queste risposte riguardano sia il piano di ciò che si deve fare sia il piano di ciò che non si deve fare.

• CIÒ CHE SI DEVE FARE, vista la natura dei crimini e il tipo di percezione di insicurezza, è:

1) Mettere le forze dell’ordine nelle condizioni di intervenire con efficacia e sicurezza, per sé e per i soggetti oggetto degli interventi restrittivi. La sciatteria (volendo essere benevoli) vista in recenti interventi mette in luce un problema di formazione e di protocolli di intervento.
2) Trovare il modo per togliere dalla circolazione, almeno nel breve periodo, anche i rei di reati “minori”. Se questo deve significare la costruzione di nuove carceri, è triste ma così sia. Anche gli atti di criminalità minore da parte di chi ha poco da perdere devono poter essere oggetto di sanzione efficace e dissuasiva. Non è possibile che lo scippatore arrestato ieri sia in strada oggi.

3) Escludere i rei da risarcimenti e compensazioni monetarie in caso di danni subiti nel corso dell’esercizio dei propri reati. Un reato non può essere trattato come un incidente sul lavoro. Chi si mette al di fuori della legge per perseguire i propri scopi a danni di terzi deve sapere che non potrà comunque trarne beneficio economico.

4) Trasferire l’attenzione e le energie delle forze dell’ordine sulla criminalità ordinaria, distogliendola dal concentrarsi sulle proteste civili. Non è accettabile assistere – come accade sempre più spesso – a forze dell’ordine (e giudici) che intervengono pesantemente e in massa su proteste pacifiche, manifestazioni, sit-in, mentre latitano quando si tratta di colpire spacciatori, violenti, vandali, scippatori, ecc.

• CIÒ CHE NON SI DEVE FARE È:

1) NON si devono rimuovere i limiti di proporzionalità e incombenza del pericolo nell’esercizio della legittima difesa. (Eventualmente si possono produrre delle casistiche esemplificative che consentano alle persone di capire meglio quali reazioni siano adeguate e quali no.)

2) NON si deve “chiudere un occhio” sulle modalità di intervento delle forze dell’ordine. Il fatto che lo stato avochi a sé il “monopolio della violenza” comporta una rigorosa assunzione di responsabilità nei confronti dei civili. Proprio perché esiste il reato di “resistenza a pubblico ufficiale”, che obbliga il cittadino ad accondiscendere all’operato delle forze dell’ordine, deve esistere una rigorosa responsabilità intorno ai limiti consentiti a tali interventi.
Nei commenti sulla questione dell’invasione di migranti illegali a Ceuta gira parecchia confusione e, come al solito, parecchia ignoranza.

Tre osservazioni.

1) In primo luogo, Ceuta è sul continente africano, per quanto territorio spagnolo. Dunque per giungere sul territorio del continente europeo devono ancora attraversare lo stretto di Gibilterra. Se lo faranno o meno è decisione politica e giuridica, non è esito automatico dell’invasione.

2) In secondo luogo, Ceuta ha un regime speciale, tale per cui chi parte da lì per prendere un traghetto o un aereo deve superare un controllo dei documenti, che devono dunque essere in regola. Nelle uscite da Ceuta non vale Schengen.

3) In terzo luogo, molti citano come causa di questa invasione una recente decisione del governo spagnolo di “concedere la cittadinanza” a 500.000 stranieri entrati illegalmente. Qualunque cosa si pensi di questa decisione, deve essere chiaro che non si è trattato di una concessione di cittadinanza, come scritto da più parti, ma dell’erogazione di permessi di soggiorno e lavoro di un anno (la cosiddetta, uscita dall’irregolarità). I permessi sono stati erogati a persone che lavorano in Spagna da anni, senza precedenti penali. Lo scopo è, come sempre in questi casi, farle uscire dal lavoro nero e poterli dunque tassare.
Per capirci, in Italia abbiamo avuto 8 grandi regolarizzazioni di lavoranti stranieri. Ad esempio, con la Bossi-Fini si regolarizzarono 634.000 immigrati clandestini, con la sanatoria Berlusconi del 2009 se ne regolarizzarono 300.000, con la sanatoria del governo Conte (2020) furono 200.000 ad essere regolarizzati.

Morale. Il tema migratorio è oggettivamente incasinato e non può essere trattato né con semplificazioni “buoniste”, né con semplificazioni “cattiviste”.
Questo se si è interessati a risolvere problemi.
Se si è invece interessati a suscitare reazioni di pancia per fidelizzare i propri gruppi ideologici, va benissimo andare avanti così.
Un mesetto fa l’incontinenza verbale del Segretario della Nato Rutte ha messo al corrente l’opinione pubblica italiana che da Sigonella e Aviano erano partiti 500 voli a sostegno dei bombardamenti americani sull’Iran.

Ieri siamo venuti a sapere che da quattro mesi l’Italia ha dispiegato nel Golfo Persico 400 membri dell’Areonautica e 300 dell’Esercito, più caccia Eurofighter, Aerei di sorveglianza, ecc., sempre a sotegno dell’aggressione statunitense all’Iran.

In sintesi, il governo Meloni ci ha coinvolto in una guerra di aggressione illegale, non dichiarata, senza mandato parlamentare, in forma clandestina e occulta.

Ricordo, per quanto nessuno oramai sembri farci caso, che la Costituzione italiana, all’art. 11, dichiara che “L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.

Ergo il comportamento del governo è manifestamente anticostituzionale.

Non mi intendo abbastanza di diritto per sapere se ci sono gli estremi per un procedimento formale di messa sotto accusa, ma quel che è certo è che questo modo irresponsabile di agire ci mette tutti in pericolo, su questo come su altri fronti.

Il giorno in cui ci troveremo a scavare sotto qualche ammasso di detriti, non avremo neanche il piacere di sapere da dove il colpo è arrivato, e perché.
Poche cose sono più insopportabili di atlantisti filoamericani, sostenitori da sempre delle virtù del mercato che si impancano a difensori dell’Identità Italiana.

L’identità italiana non è stata fatta a pezzi dalle moschee ma dai McDonald’s, dalle basi americane, da Hollywood, da un profluvio di scarti culturali a stelle e strisce che ha invaso ogni ganglio della nostra cultura.

La cultura italiana è stata massacrata da quelli che hanno promosso il libero movimento di merci, capitali e forza-lavoro nel nome delle gioie della globalizzazione e del conto in banca.

Il cattolicesimo italiano non è stato messo all’angolo dall’Islam, ma si è messo all’angolo da solo accettando ogni sorta di compromesso pop e pensando di conquistarsi, a colpi di marketing, una fetta del “mercato delle religioni”.

L’identità italiana è stata demolita da chi l’ha immaginata non come una tradizione vivente da coltivare, ma come un “brand” da vendere, il “made in Italy”, la svendita da parte dei nipoti degeneri del patrimonio e della fama conquistata dagli antenati.

L’identità italiana è stata scarnificata da slogan come le “tre I” di Berlusconi (Inglese, Internet, Impresa), seguita da emuli persino peggiori (Renzi, Gelmini), che non sono mai riusciti a immaginare il paese se non come colonia USA.

L’unità italiana è stata logorata dalla privatizzazione delle aziende pubbliche, dal competitivismo neoliberale negli ospedali, nelle scuole, nelle università, istituzioni oggi rivolte sempre meno al servizio del cittadino e sempre più alle gare a premi per ottenere premietti ministeriali.

La prevalenza della competizione sulla cooperazione, tra istituzioni, e dentro di esse ha spostato enormi risorse dal “servire i cittadini” all’“essere attrattivi”, dal “fare bene” all’“apparire fighi”.

Queste e un’infinità di altre porcate le avete volute voi, atlantisti filoamericani, mercatisti neoliberali.

Ed oggi, come non bastasse, volete spiegarci che il vero pericolo all’identità italiana è la minaccia islamica, lo “scontro di civiltà”?

Laddove la nostra civiltà da salvare sarebbe il diritto al Bic Mac.

E tutto per ottemperare ai desideri delle ambasciate israelo-americane.

Pericolosi pagliacci
Le idee contano, eccome se contano.

La sovrastruttura culturale influenza la struttura economica, non solo viceversa.

E l’esempio più mirabile di ciò è il processo culturale che ha demolito l’Italia portandola da 5a potenza mondiale negli anni ’80 (Pil procapite come la Germania) a 28a per Pil procapite oggi.

Esiste un fiaba con cui i giornalisti a gettone hanno infarcito le nostre teste: la storia dell’Italia spendacciona, che avendo vissuto al di sopra delle sue possibilità ha prodotto perciò un mostruoso debito pubblico, condannando le generazioni successive alle catene debitorie.

È stata un’invenzione prodotta e pompata nell’atmosfera della rivoluzione neoliberale.

Come molti sanno, ma è bene ricordarlo, la catastrofe debitoria degli anni ’80 (debito dal 60% al 120% del PIL) fu dovuta a una precisa scelta politica, cioè al cosiddetto “divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia”: la rinuncia a contenere i tassi di interesse acquistando i titoli del Tesoro non collocati nelle aste pubbliche.

Questa scelta fu presa perché i responsabili economici del paese (Andreatta,Ciampi, ecc.) decisero di imporre al paese un “vincolo esterno”, subordinando lo stato frutto del patto costituzionale all’“equilibrio dei mercati internazionali”.

La verità è che la spesa pubblica, al netto degli interessi sul debito, aumenta un po’ all’inizio degli anni ’80 per poi rimanere stabile dal 1985 al 2001. Ad esplodere è la spesa per interessi sul debito, che si impenna proprio con il “divorzio” del 1981.

Ergo: economisti nutriti di teoria neoclassica, formati su manualistica anglosassone, sensibili alle nuove èlite neoliberali decisero di “dare una lezione” alla giovane democrazia italiana, togliendo potere alla politica e consegnandola al mercato dei capitali.

La china delle privatizzazioni dell’industria pubblica ne fu una conseguenza, con la scusa di usare i soldi per ridurre il debito pubblico (fallendo).

La tecnocrazia si è imposta sulla democrazia.

L’ideologia neoliberale si è imposta sullo stato sociale.

Il futuro di una nazione è stato dato in ostaggio, rovinando due generazioni (finora).

Traditori. Sovversivi. Golpisti in doppiopetto.
Ieri, tre ragazzini (13-14 anni) di Pradamano (UD) hanno cercato di vendere limonata ad offerta libera per comprarsi un Ciao; un passante li ha denunciati per vendita senza licenza, e la forza pubblica è intervenuta per punire l’illecito.

C’è chi ha deprecato il denunciante, chi l’intervento della polizia.

Ma questo episodio, nella sua banalità, mette il dito sulla piaga di una questione enorme, che ci coinvolge tutti: la questione delle norme sociali.

In ogni società esistono due tipi di norme, quelle INFORMALI, basate sul costume e sulle aspettative condivise, e quelle FORMALI, basate sui codici e sull’intervento della forza pubblica.

Nelle società arcaiche esistevano solo norme informali fondate su costumi, tradizioni, comunanza culturale.

Con il complessificarsi delle società, vennero introdotte leggi scritte e sanzioni erogate da giudici terzi, come elemento complementare, integrativo delle norme informali.

Il dramma della società europea contemporanea è di aver spinto all’estremo la sostituzione delle norme informali con quelle formali.
Nel mondo che abbiamo costruito per ogni conflitto, disaccordo, violazione, attrito, offesa, molestia bisognerebbe ricorrere all’intervento di un giudice terzo (carabiniere, magistrato, Stato).
Questa sostituzione è tecnicamente impossibile. Per ragioni sia logiche che pratiche le normatività informali non possono essere tutte rimpiazzate da articoli di legge. Dovremmo avere tutti un carabiniere e tribunale portatile a seguito.

Qui però viene fuori un enorme problema.
Infatti, per non poggiare sulle leggi formali devi poter contare sulle norme informali.
E queste funzionano soltanto in società con un elevato grado di comunanza culturale (costumi, tradizioni).
Ma noi ci siamo vantati di aver costruito società “aperte” e “cosmopolite” dove quella comunanza culturale è in gran parte abolita.
Però, quanto meno puoi contare su un retroterra comune con chi ti circonda, tanto più devi confidare sulla forza pubblica.
Ergo, l’esito delle società aperte e cosmopolite è una parabola legalista, securitaria, di sorveglianza e controllo, il cui eroe è il cittadino che denuncia i ragazzini che vendono limonata senza licenza.
Segnalo per gli interessati: https://www.youtube.com/watch?v=0xcaIMgROhU
C’è chi dice che il riarmo italiano è il prezzo da pagare se vogliamo sovranità. È possibile. È vero che non ci si deve illudere che ci aspetti un futuro irenico dove le capacità di difesa militare saranno irrilevanti.

E però, cos’ha questo a che fare con l’attuale politica di riarmo italiano?

In primo luogo, per discutere di esigenze militari si parte da un’analisi di quello che manca e che è richiesto nei conflitti attuali. Non si parte dal budget. Non si parte da quanti soldi si vogliono spendere. Quest’ultimo è il ragionamento di chi non sta pensando alla difesa, ma alle commesse per gli amici degli amici.

Ma non solo.

Le esigenze odierne della difesa passano, prima che da munizioni e carri armati, dalle infrastrutture delle comunicazioni e dai software dedicati.

Ora, esattamente come si pensa di difendere la Patria con un sistema di telecomunicazioni consegnato a fondi esteri come il fondo KKR? Come si pensa di “fare la guerra” con sistemi informatici nazionali che girano su software made in USA? E che dire degli F-35 (100 milioni di euro), con i software di utilizzo in costante bisogno di aggiornamento, per cui se l’Italia vuole farli partire deve aver di fatto il permesso americano?

Dunque, non raccontiamoci balle.

Qui non si tratta affatto di preparare una difesa del paese nello spirito dell’art. 52 della Costituzione. Si tratta di continuare ad essere un’appendice dell’esercito americano, ma questa volta un’appendice spesata al 100% dall’erario italiano e più sacrificabile di prima.

Se dovessimo reistituire la leva, a queste condizioni non sarà per difendere la patria, ma per fare piaceri alle èlite finanziarie che muovono le fila di Washington (e di Bruxelles) fornendo giovani italiani come carne da macello.

Vogliamo parlare di dovere costituzionale della difesa della nazione? Parliamone.

Ma per parlarne sul serio, prima ritiriamoci dalla Nato.
Poi costruiamo una capacità di gestione autonoma in tutti i settori nazionali “dual use”, dall’elettronica alle telecomunicazioni, ai software (sovranità digitale). Costruiamo una rete satellitare nazionale.

Poi forse potremo parlare, senza mentire, di investimenti per la difesa della patria.
Israele e USA hanno una notoria e capillare capacità di modellare la realtà percepita.

Larry Sanger, cofondatore di Wikipedia, ha rivelato come la CIA abbia operato una sistematica revisione delle pagine di Wikipedia, per anni, nell’interesse del governo USA, di “governi amici” e di alcune corporations.

Sappiamo che Israele sta allocando per le campagne propagandistiche (hasbara) enormi investimenti. Alla luce del sole ci sono 726 milioni stanziati per il 2026, ma molto altro (vedi il condizionamento dell’Eurovision o l’avvelenamento delle fonti delle AI, via società come Clock Tower X) passano per canali indiretti.

Questo dato di fatto spiega la manifesta costante crescita delle campagne antiislamiche sui social media. Solo nella giornata di ieri ho contato tre post virali, con profluvio di like, che una breve indagine ha rivelato essere del tutto falsi (richiesta di adozione della Sharjia in Michigan, presunta persecuzione dei cani in quanto animali impuri, filmati di origine irrintracciabile descritti come spedizioni punitive di gruppi di islamici.)

Questo turbinio di menzogne, mezze verità distorte o schiette diffamazioni è il concime su cui fioriscono le esternazioni dei nostri Vannacci, che drenano parassitariamente sangue dalle paure di molti, non per cercare di risolverle, ma per esacerbarle a fini elettorali.

Il problema però non è l’uso elettorale: il punto di caduta di queste iniziative è ben più grave.

Avendo il mondo visto il vero volto di Israele negli ultimi anni, la hasbara sta promuovendo un’operazione correttiva di soft power, che ripresenti Israele (e gli USA) nelle vesti sbiancate del “baluardo antiislamico”.

Abbiamo visto che per questi attori internazionali il fine giustifica ogni mezzo. Al di là degli utili idioti che si prestano al gioco per qualche voto in più, il problema è che l’odio fomentato è reale: si sta spargendo massivamente benzina in un’area fumatori.
E siccome gli esagitati ci sono in ogni gruppo, non ci vuole niente per organizzare un bel Bataclan e una guerra civile, come premessa per uno “scontro di civiltà”.

Chi diffonde questa spazzatura è complice di ciò che seguirà.
Ieri You Tube ha rimosso il canale del regista serbo Emir Kusturica (30.000 iscritti, 10 milioni di visualizzazioni).

Il canale è stato bloccato senza avvisi, ammonimenti, notifiche o motivazioni manifeste.

Naturalmente tutti sanno che il motivo della rimozione sono le posizioni culturalmente filorusse di Kusturica.

Un click dal nulla di un’azienda di telecomunicazioni privata e un famoso cineasta internazionale può scomparire dalla scena pubblica.

Ecco, quando qualcuno vi racconta che il sistema si cambia dall’esterno, che lo Stato e le istituzioni sono orpelli inutili, ricordategli che in assenza di una tutela istituzionale, giuridica, pubblica – in un mondo di relazioni mediate da telecomunicazioni e tecnologia – ciascuno di noi è solo uno schiavo in temporanea libera uscita.

Quanto più cresce il potere della tecnologia nelle relazioni tra persone e nelle relazioni produttive, tanto maggiore è il potenziale di coercizione privata.

Questa è una tendenza storica fondamentale che bisogna avere ben chiara.

Ogni incremento di potere tecnologico che la storia presenta è un potenziale aumento di potere del singolo (detentore di capitali) sui molti.

Questa tendenza non è arrestabile quanto non è arrestabile il progresso tecnologico.

Dunque esiste una tendenza progressiva alla concentrazione di potere.

L’unico modo noto che abbiamo per compensare questo processo, e limitarne la pervasività, consiste nell’avere a disposizione strutture istituzionali di tipo democratico: Stati efficienti con sovranità popolare.

Che gli stati odierni in Occidente siano ben lontani dall’essere Stati efficienti con sovranità popolare è un argomento non contro il ruolo degli Stati, ma a favore di un impegno per correggerne la rotta.

Ogni struttura istituzionale, per essere sana, deve riposare su basi personali e comunitarie solide: le strutture istituzionali non sono una soluzione automaticamente ottimale. Al contrario, possono essere trappole burocratiche, fucine di astrazione.

E tuttavia, chi pensa di poterne fare a meno, e preferisce fantasticare di mera resistenza individuale, passaggi al bosco, e rivoluzioni prossime venture è meglio che spenga Netflix.
Rimbomba su giornali e social media il caso di una bambina di 4 anni morta forse di difterite.

Sul caso specifico c’è poco da dire finché non verranno fatti i dovuti accertamenti da parte delle autorità competenti.

Più interessante è notare il senso dell’operazione di roboante sciacallaggio, avviata da giornali e telegiornali sul corpo ancora caldo di una bambina.

L’oggetto dell’operazione è il fatto che la bambina, a quanto sembra, non fosse vaccinata contro la difterite. Sulla base di questo fatto si è scatenata la torma dei burionidi, nostalgici del bei tempi del Covid.

Ora, premesso che - per quel poco che contano i pareri personali - credo che vaccinarsi per una malattia seria, per cui esiste un vaccino ben testato, come la difterite sia assai raccomandabile, la cosa più interessante da notare mi pare un’altra.

La difterite è una malattia seria, ma si cura. Qui, a quanto pare, non è stata curata.

Ora se cominciamo ad avere un sistema sanitario sovraccarico, medici di famiglia introvabili, sanitari affaticati e con sempre minore esperienza clinica, la possibilità di NON venire curati per problemi CURABILI cresce esponenzialmente.

Questo è il dettaglio che viene sempre trascurato quando si scatenano le tempeste sul tema “vaccini”.

I vaccini sono dispositivi somministrabili da chiunque, che rappresentano un trasferimento diretto dalle casse pubbliche alle multinazionali del farmaco.

Le vaccinazioni sono quel mezzo sanitario che, idealmente, salta la necessità della cura (anche se le cure esistono e anche se, ricordiamo, nessuna vaccinazione copre al 100%).

Pompare i vaccini significa immaginare un sistema in cui non c’è bisogno di cure ospedaliere.

Ora, concedendo tutto quello che si vuole sull’utilità dei vaccini, che non è qui in discussione, nessuno vede uno schema in un sistema che:

a) terrorizza la popolazione amplificando ogni notizia a ciò funzionale;

b) cura i malati in modo sempre più inefficiente, spingendoli verso il privato;

c) promuove come salvifico l’unico dispositivo sanitario che non richiede ospedali pubblici funzionanti e che rappresenta un guadagno netto per le aziende farmaceutiche?

Non cascano troppo bene tutte le tessere del puzzle?